mercoledì 29 aprile 2009

A febbraio sono stata a Patrasso, uno dei principali porti commerciali della Grecia. Da lì, ogni giorno, salpano i traghetti diretti in Italia. Trasporatano turisti, furgoncini, container, bisarche e ...immigrati. Tanti li chiamano "clandestini", in realtà sono richiedenti asilo: ragazzi, in molti casi poco più che bambini, in fuga dall'Afghanistan in guerra. Viaggiano nascosti nei container o imgragati sotto i tir in condizioni spaventose a rischio della vita. Alcuni raccontano di averci provato tre, quattro, cinque volte. Ma spesso, molto spesso, vengono scoperti alla frontiera italiana e rimandati indietro.

Patrasso, il campo

Gli scheletri di due palazzi ancora in costruzione segnano il confine meridionale del campo di Patrasso. “Ci vivono quelli che hanno perso la baracca dopo l'incendio di gennaio”, racconta Javat, circa 500 persone. La striscia di terreno tra gli edifici e la strada è un cumulo di rifiuti. La puzza, acida, assale mentre ci si avvicina e porta, istintivamente, a coprirsi il viso. Scavalchiamo le pozzanghere e, appena entrati nel campo, quell’odore scompare.
Non c’è acqua corrente: una tubatura della rete idrica è stata sabotata per ottenere rudimentali fontanelle. Manca l’elettricità: un complesso allacciamento abusivo porta la luce in alcune baracche. Si dorme in fragili casette costruite con cartoni e teli di plastica fissati su intelaiature di legno e si prega in una moschea realizzata allo stesso modo. Fatta eccezione per i volontari di Medici senza frontiere, non ci sono altre associazioni umanitarie nel campo.
La musica, a tutto volume, riempie l’aria. Un ragazzo tiene sulle ginocchia una scatola di cartone da cui sfila forme di pane che fumano nell'aria fredda del mattino. Khodada, 25 anni, estrae dal marsupio il "foglio di via" rilasciato dalle autorità elleniche: “Ero arrivato a Venezia e per sette mesi ho abitato lì, poi sono stato rimandato indietro -spiega-. Mi avevano detto che dovevo chiedere asilo in Grecia”. Una prassi prevista dal regolamento europeo Dublino II (2003): il rifugiato deve chiedere protezione nel primo Paese dell'Unione in cui mette piede. Ma le possibilità che la domanda di Khodada sia accolta sono pressoché nulle: Atene infatti concede protezione a meno del 2 per cento dei richiedenti (fonte, Alto comissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati).

Un paese insicuro
"Questi ragazzi hanno tanti problemi e tanti pensieri. Come una bomba nel cervello -dice Haji- Hanno camminato per tremila chilometri, pensano di essere quasi arrivato e invece...". Lo psicologo di Msf, definisce con precisione medica questa sofferenza: "Ansia, depressione, disturbi del sonno -elenca-. Hanno fatto un lungo viaggio, lasciandosi tutto alle spalle. Sognano di andare in Europa per trovare un lavoro e aiutare le loro famiglie. Ma sono bloccati qui e si sentono in colpa".
Accanto alla sofferenza psichica, poi, ci sono casi di scabbia, infezioni respiratorie e altre patologie legate alle cattive condizioni igieniche. Senza contare le ossa rotte, i lividi, le falangi delle dita amputate a manganellate dalla polizia. Basta uscire dal campo e tornare verso il porto per vedere i “commando” (così li chiamano gli afghani) in azione. Decine di agenti camminano con fare minaccioso lungo il perimetro del porto di Patrasso disperdendo, con uno scatto di corsa improvviso chi si avvicina troppo alla cancellata. Visto da fuori assomiglia a un gioco, una partita a guardie e ladri che gli afghani sembrano vincere: né la vigilanza, né la cancellata alta più di tre metri, né i rotoli di filo spinato riescono a impedire loro di intrufolarsi sulla banchina per nascondersi sotto i tir o all’interno dei telonati diretti in Italia. Spesso all’insaputa degli autisti. Altri invece fanno la posta ai veicoli fermi ai semafori: “Vado con i miei amici, proviamo ad aprire il camion: loro salgono e io chiudo. Poi ne trovo altri che fanno lo stesso per me”, racconta Heidar, poco più di vent'anni e i primi capelli bianchi in testa.

Davanti a uno dei cancelli d’ingresso del porto si è radunato un nutrito gruppo di somali, eritrei e sudanesi del Darfur. Per tutti, a Patrasso, sono i “somali”, un centinaio di persone, di età compresa fra 15 e i 35 anni, che vivono in un'area abbandonata a sud del porto.
Il dito di Hasan, 18 anni e cappello di lana grigio calato sugli occhi, descrive un semi-cerchio nell'aria e racconta il suo viaggio: da Mogadiscio a Bossaso, il passaggio in Yemen, il volo aereo fino in Siria e poi a piedi verso la Turchia. Qualche giorno a Smirne e infine il viaggio in nave fino all'isola di Mitilene. Costo del viaggio: 3mila euro. Ma la meta finale è ancora lontana: Inghilterra, Irlanda, Francia o Germania. "Ci hanno detto che in Europa ci sono i diritti. Ma la Grecia non è Europa. La Grecia è Africa!". Tutti ridono alla battuta di Ysusuf e si avviano verso quella che chiamano casa: sacchetti, coperte arrotolate e scatoloni ammucchiati contro il tronco di un albero.

lunedì 27 aprile 2009

Appunti sparsi

Un titolo rubato. Preso in prestito, forse. Ma mi piaceva molto e non riesco a pensare a nulla di più sintetico di quelle tre parole per esprimere quello che vorrei raccontare qui. Mi piaceva molto perché la canzone cui l'ho rubato (sorry.. preso in prestito) è una delle mie preferite. Una di quelle che potrei ascoltare per ore, senza stancarmi.

Strada facendo, ho incontrato persone, fatti, volti che non si possono dimenticare. Ho ascoltato parole che ti possono cambiare la vita (o per lo meno capaci di raddrizzare una giornata partita col piede sbagliato). E col mestiere che faccio, ho la fortuna di incontrarne tante di queste persone, di sentirne tante di queste parole. Ecco, loro sono il fuoco.

Volti che vorrei tenere sempre con me. Ricordi che non vorrei mai perdere. Uno, il primo che mi viene alla mente: gli occhi, stupiti, di un bimbo sudanese di pochi mesi. Eravamo in un corteo, pochi giorni fa, con poliziotti e carabinieri in assetto antisommossa. Qui a Milano. Impossibili da dimenticare.