martedì 28 luglio 2009

Sovraffollamento, undici regioni fuorilegge

«Siamo seduti su una bomba a orologeria. Le carceri sono colme all’inverosimile: ci sono solo posti in piedi». Celle di re metri per tre in cui vivono, branda su branda, fino a 12 persone, costrette a trascorrere nove-dieci ore al giorno in quello spazio. «La tensione cresce, è inevitabile. E su chi va a scaricarsi?», chiede in maniera retorica Donato Capece, segretario generale del Sappe, uno dei sindacati della polizia penitenziaria.
Una situazione che definire allarmante è quasi riduttivo. Sono 11 infatti le regioni italiane “fuori legge”per sovraffollamento: il numero di persone detenute è superiore al limite del tollerabile. In Emilia Romagna, ad esempio, si è raggiunto il 202% della capienza regolamentare (con 4.679 detenuti e 2.308 posti disponibili), la Lombardia accoglie 8.638 detenuti a fronte di una capienza regolamentare di 5.506 posti (che diventano 8.518 posti “tollerabili”).Fuori legge anche Campania,Puglia, Sicilia, Toscana, Friuli, Marche, Trentino, Valle d’Aosta, Veneto. Nelle carceri italiane vivono 63.661detenuti (dati aggiornati al 20 luglio, ndr), a fronte di una capienza regolamentare di 43.327 posti e di una “tollerabile” di 64.111. Soglia che verrà raggiunta a breve a fronte a un tasso di crescita della popolazione detenuta che aumenta di 800-1.000 unità al mese. Una situazione che anche una circolare del Dipartimento per l’amministrazione penitenziaria(Dap) definisce «irreversibile». E che rischia di far implodere il sistema da un giorno all’altro. Sovraffollamento uguale riduzione degli spazi «aumento delle difficoltà legate ai colloqui e alle telefonate – spiega il provveditore regionale alle carceri lombarde, Luigi Pagano –. E il caldo peggiora la situazione. Purtroppo ci siamo abituati e, già da alcuni anni abbiamo introdotto qualche accorgimento per rendere più tollerabile questa situazione».
E anche la crisi economica va ad aggravare le condizioni di vita di tanti reclusi. «Non pochi detenuti mancano di beni di prima necessità, come spazzolino e dentifricio», denuncia Giorgio Bertazzini, garante dei detenuti della Provincia di Milano. Le famiglie non riescono più a mandare i pacchi di alimenti ai loro congiunti o faticano a versare i soldi sul “conto corrente” che i detenuti possono usare per acquistare beni extra al sopravitto. Persino carta igienica e sapone sono diventati, per molti, beni di lusso.
Un certo allarme si avverte anche leggendo una circolare del Dap del 6 luglio scorso, indirizzata ai provveditori regionali che ha per oggetto la «tutela della salute e della vita delle persone detenute» in cui si raccomanda di offrire ai detenuti più colloqui e maggiori occasioni di intrattenimento. Ma anche di aumentare le ore d’aria, tenere aperte le porte delle celle e non far mancare l’acqua. E come se non bastasse, da circa un anno i detenuti sono praticamente privi di assistenza psicologica, denuncia Paola Giannelli, segretario della Società italiana psicologia penitenziaria: «Siamo in tutto 384 persone e lavoriamo su tutte le 205 carcere italiane. Il che vuol dire offrire tre ore di trattamento all’anno per detenuto: compreso il tempo per la lettura dei fascicoli e le riunioni».
Ma come risolvere il sovraffollamento? Chi lavora accanto ai detenuti preme per un maggiore accesso alle forme di pena alternative per il ricorso alla custodia cautelare in carcere. Una richiesta che viene dal presidente dell’Unione delle camere penali, dall’Associazione nazionale dei dirigenti dell’amministrazione penitenziaria, dal Sappe e dall’associazione Antigone che mercoledì prossimo, a Roma, scenderanno in piazza.
(Pubblicato su "Avvenire" del 26 luglio 2009)

Carceri allo stremo, è allarme suicidi

Aziz, 34enne marocchino, è stato il primo: si è tolto la vita impiccandosi nella sua cella del carcere di Spoleto sabato 3 gennaio 2009. Poi è stata la volta di un 37enne croato nel carcere di Poggioreale e, pochi giorni dopo, è stato un sessantenne italiano a togliersi la vita nel carcere di Sollicciano, in provincia di Firenze. M.B. era dietro le sbarre da undici anni e si è ucciso impiccandosi, mentre si trovava all’interno del centro clinico del carcere per problemi di ordine psichico.
E ancora Mohamed, Jed, Marcello, Francesco. Un elenco lungo 38 nomi. Tante sonole persone che, nei primi sette mesi del 2009, si sono tolte la vita all’interno delle carceri italiane. E siamo già pericolosamente vicini ai numeri registrati durante l’arco dell’interno 2008. «Lo scorso anno abbiamo registrato 42 suicidi e, complessivamente, 121 decessi dietro le sbarre», spiega Francesco Morelli, curatore del dossier “Morire di carcere” realizzato dal Centro documentazione del carcere Due Palazzi di Padova. Un documento che, a partire dal 2000, registra puntualmente i numeri e le storie di quanti muoiono dietro le sbarre raccogliendole dalla stampa locale o attraverso le testimonianze degli operatori che lavorano in carcere. Dati non ufficiali ma che, a fine anno, coincidono quasi perfettamente con quelli pubblicati dal Dipartimento per l’amministrazione penitenziaria (Dap). Ma il timore è che le condizioni di detenzione, il caldo, il sovraffollamento possano portare a un’impennata degli atti auto-lesionistici. E che il drammatico picco di 69 suicidi registrato nel 2001 possa essere superato entro la fine di dicembre. Una situazione allarmante, che si spiega solo in parte con l’aumento del numero di detenuti (al 20 luglio è stata superata quota 63mila presenze in carcere, 20mila in più rispetto alla capienza regolamentare, ndr). «A confronto allo scorso anno la popolazione carceraria è aumentata di 10mila unità – spiega Morelli – di conseguenza avrebbe dovuto esserci un aumento del 20% circa dei suicidi. Invece l’incremento è quasi del 50% a causa del progressivo deterioramento delle condizioni di detenzione».
Queste drammatiche vicende infatti si inseriscono in un quadro di generalizzata sofferenza del sistema penitenziario italiano. Un mondo in cui il 52,2% dei detenuti si trova dietro le sbarre in custodia cautelare e, tra i condannati, circa 9mila persone devono scontare pene inferiori a un anno. Un sistema nel quale, denunciano gli autori del rapporto «metà dei carcerati è affetto da epatite, il 30% è tossicodipendente, il 10% malato di mente e il 5% ha l’Hiv».
Malati mentali, tossicodipendenti, cittadini extracomunitari, persone provenienti dall’area del disagio sociale: negli istituti di pena c’è un’alta concentrazione di gruppi vulnerabili al rischio suicidario. «Si tratta di persone che, anche quando si trovano all’esterno, sono a rischio emarginazione – spiega la psicologa Laura Baccaro –. In carcere faticano ancora più degli altri a sopportare la condizione di detenuti ». Per usare un termine tecnico, si tratta di persone che hanno meno “fattori di resilienza”: ovvero capacità e risorse personali che permettono di sopravvivere anche in condizioni molto difficili. «Si tratta di fattori legati alla cultura personale – spiega ancora Baccaro – ma anche l’ironia, in queste situazioni può aiutare. Un grande ausilio potrebbe venire dalla famiglia che, però, è assente o lontana».
Numeri che si inseriscono in un contesto allarmante: dal 1980 al 2007 infatti sono stati 1.364 i detenuti che si sono tolti la vita in carcere. Dietro le sbarre, ogni anno, si registra un suicidio ogni 924 detenuti (uno ogni 283 in regime di 41 bis), con una frequenza 21 volte superiore rispetto al resto della società. Dati ufficiali, forniti dal Dap, ed elaborati nel libro “In carcere: del suicidio e di altre fughe” del centrostudi “Ristretti orizzonti di Padova.
(Pubblicato su "Avvenire" del 26 luglio 2009)