Ha il sapore di un'amara beffa la vicenda dei 250 richiedenti asilo eritrei detenuti per quasi venti giorni nel carcere di Brak, nel cuore del deserto libico. Ufficialmente sono liberi dal 16 luglio, di fatto, sono ancora prigionieri in una città, Sebah, che non può offrire loro una casa né tantomeno un lavoro. «A Sebah non c'è nulla. E questi ragazzi vivono come barboni, dormono per strada e non hanno accesso a nessuna forma di asstenza», denuncia don Mussie Zerai, sacerdote eritreo e presidente dell'associazione Habeshia, che da oltre un mese lotta per tenere accesa l'attenzione sulla loro drammatica vicenda.
«Un centinaio di profughi è riuscito a lasciare Sebah - racconta - per dirigersi verso Tripoli». Nella capitale, infatti, è più facile trovare accoglienza e assistenza da parte dei connazionali o della Caritas locale. Tra di loro ci sarebbero anche i feriti più gravi, quelli che vennero brutalmente picchiati durante la rivolta di Misratha del 29 giugno e che vennero lasciati per giorni, senza cure, nel carcere di Brak. «Sono riusciti a partire perché gli altri hanno organizzato una colletta», racconta don Mussie.
Ma questo viaggio però comporta, automaticamente, la ricaduta nell'illegalità, agli occhi delle autorità libiche: il documento di soggiorno che i dannati di Brak avevano ottenuto all'indomani della scarcerazione (e che li autorizza a cercare lavoro in Libia, alla stregua di tutti i cosiddetti "migranti economici", ndr) ha valore solo nella regione di Sebah. Fuori di quei confini, è solo un pezzo di carta. Ma quello che più preoccupa don Mussie è la durata di quei documenti: «Sono validi solo per tre mesi. E allo scadere del termine, i ragazzi torneranno a essere clandestini. Il problema è stato solo rimandato - aggiunge don Zerai -. Tutto l'accordo sulla scarcerazione dei ragazzi è stato un grande pasticcio».
Un pasticcio che rischia di finire nel dimenticatoio: dopo la liberazione dei detenuti di Brak, infatti, su tutta la vicenda si sono spenti i riflettori dei media. «Si sta cercando di addormentare le coscienze!», dice con rabbia don Mussie che non si stanca di rinnovare l'appello che ha lanciato più e più volte nell'ultimo mese: «L'Italia e i Paesi dell'Unione europea devono accogliere questi ragazzi, offrire loro la possibilità di chiedere asilo politico e costruirsi una nuova vita», chiede.
E proprio al nostro Paese tocca compiere il primo passo, proprio perché fu l'Italia a respingere in mare le imbarcazioni cariche di migranti che, nell'estate del 2009, si avvicinavano alle nostre coste con a bordo un numero elevato di richiedenti asilo. «Abbiamo un elenco con i nomi di cento respinti», conclude don Mussie. Molti di loro erano detenuti nell'infero di Brak e, probabilmente, ora sono "prigionieri" a Sebah.
lunedì 2 agosto 2010
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