Una città che cambia così velocemente da far prendere un "buco" alla mia Lonely Planet edizion 2009. Cercavo un baretto dove mangiare un kebab e invece ho trovato un locale che serviva mozzarella in insalata e un impasto strano spacciato per pizza.
Di ritorno dalla porta di Brandeburgo, direzione Alexanderplatz. Percorrendo l'ultimo tratto “sotto i tigli” il naso all'insù incrocia una targ. “Bebelplatz”, il nome di una piazza. Anonima, come tante altre, ben curata, non c'è che dire. Ma niente di spettacolare, e si tira dritto. Ma c'è qualcosa che non mi torna. Il nome mi suona familiare.Torno indietro e mi fermo a osservare la piazza. Un gruppetto di persone fissa qualcosa a terra. Non parlo e non leggo il tedesco, ma l'intuito è sufficiente. “Chi brucia i libri, presto o tardi arriverà a bruciare esseri umani". (H. Heine). Dieci Maggio 1933, il primo rogo ufficiale dei nazisti, che diedero in pasto alle fiamme volumi di Mann, Brecht e Marx.
È questa una delle prime cose che mi ha colpito di Berlino: anche se la città è stata praticamente rasa al suolo. Anche se pochissimo di quello che fu è rimasto intatto non puoi fare a meno di sentire la storia che ti scorre sotto i piedi. È una storia fatta di mancanze. Di luoghi e di edifici che non ci sono più. Si viene a Berlino per vedere un muro che non c'è. In poche, pochissime altre città ti viene l'istinto di chiederti: "Ma qui, in questa via, che cosa è successo?".
Parisier Platz. Un gioiellino... tutta tirata a lustro con le panchine, le aiuole ben curate, la porta di Brandeburgo sullo sfondo. Hotel di lusso e banche che si affacciano sulla piazza.
Capita anche che arrivino tre ragazzi e mettano musica a palla. Che inizino a ballare, saltare e fare evoluzioni mentre la gente batte le mani per dare loro il tempo. Fine dello show, il terzetto passa con i cappelli in mano per riscuotere. Forse sono studenti, oppure giovani giramondo che (per non gravare interamente sul portafogli di papà) raccolgono qualche spicciolo.
“Quando lo fate il prossimo show? Siete qui tutti i giorni?”.
“No, ogni tanto.... dipende”.
“Sei uno studente?”
“No, lavoro in ambasciata. Della Repubblica Dominicana”.
Est o ovest? Questo è il dilemma. Una cartina, che tra le mille linee di questa città ha anche trovato spazio per un tratteggio che ripercorre l'antico tracciato del muro, non aiuta a risolvere il dilemma. Si va a indizi allora. Se all'improvviso sei circondato da imponenti casermoni squadrati è probabile che tu sia all'Est. Se invece quelle che ti circondano sono costruzioni in stile liberty, forse sei a Ovest. Attenzione poi alle nuove architetture: (quasi) tutto ciò che è ardito, estremo, scintillante ferrocemento è stato costruito a Est.
Ultimo indizio: tenere d'occhio i semafori. Se dalla luce rossa vi occhieggia un simpatico ampelmann, l'omino con il cappello, allora probabilmente siete ad Est. Ma nemmeno questa regola è infallibile: pare che l'omino piaccia talmente tanto che, lentamente, lo stiano esportando anche all'Ovest.
Per il momento si è guadagnato una sua linea di abbigliamento (magliette e canottiere), borse, tazze, ombrelli, quaderni e così via. È il nuovo marchio di fabbrica della città. Un po' come quelle atroci magliette londinesi... “Mind the gap”
giovedì 10 settembre 2009
Iscriviti a:
Commenti sul post (Atom)
Nessun commento:
Posta un commento