Occhialetti, cappotto nero con il collo di pelliccia, tra le braccia stringe un piumino rosso. Tra la piccola folla, che attende la distribuzione dei pacchi viveri, spicca una signora minuta e dall'aria distinta. Domenica sera, stazione ferroviaria Greco Pirelli, sono una sessantina i clochard che trascorreranno qui la nottata. La stazione è più affollata del solito: recentemente una trentina di persone si sono trasferite qui, dopo essere stati "sfrattati" dalla stazione Centrale. Colpa dell'alta velocità, spiegano i senza dimora di Greco: da quando i Frecciarossa hanno preso casa in Centrale loro hanno dovuto andarsene. "Hanno chiuso le sale d'attesa -spiega Raffaele- inoltre, durante la notte, la polizia ferroviaria viene a buttarci fuori dai treni. Prima non era così". Pochi quelli che "resistono" nel principale scalo ferroviario milanese: "Si nascondono in coda e 'n capa dei treni", spiega Carmine. Il più delle volte li accompagnano, semplicemente, all'uscita. Altre staccano la multa: 516 euro.
Verso mezzanotte la sala d'attesa del piccolo scalo ferroviario, poco distante dall'Università Bicocca, arriva a ospitare fino a 35 persone. Altri gruppetti dormono all'addiaccio, all'esterno della stazione.
I volontari della fondazione Fratelli di San Francesco arrivano con il loro pulmino verso le 21.15. "Ci sono molti anziani, soprattutto donne, in precarie condizioni di salute", spiega un operatore. Alcuni, pare, anche malati di diabete. Tra la gente in attesa, anche alcune persone con una busta di plastica in mano: "Io ho una casa, ma non ho i soldi per mangiare. Per me e per i miei bambini -spiega Giuliana-. Qui almeno mi danno un po' di spesa".
Quasi tutti gli ospiti della stazione di Greco sono italiani. "Uno zoccolo duro che non accetta il dormitorio -spiega padre Clemente Moriggi, presidente della Fondazione Fratelli di San Francesco-. Molti hanno il cane o la compagna e non accettano di essere separati". A Milano mancano infatti gli spazi per un'accoglienza dei nuclei familiari. "Dateci un capannone e ci pensiamo noi -ribatte Ida, dell'associazione "Linea gialla"- costruiamo le stanzette e ci organizziamo in autogestione.
giovedì 17 dicembre 2009
sabato 5 dicembre 2009
Salto all'indietro
"Me ne frego! Me ne frego!". Milano, un venerdì sera qualunque. In una carrozza del metro che collega la stazione Garibaldi alla Centrale. Una decina di ragazzi, giovanisismi, sciarpe della Juve al collo, ma potrebbero essere quelle di qualsiasi altra squadra. Tra loro una ragazzina dal viso dolce. Carina.
"Me ne frego è il nostro motto, me ne frego di morire, me ne frego di Togliatti e del sol dell'avvenire". La prima strofa non mi colpisce particolarmente, fanno così tanto baccano che l'unico pensiero è "speriamo che scendano presto!" Solo che quel "me ne frego" mi fa venire in mente qualcosa che non riesco a mettere a fuoco.
"Ce ne freghiamo della galera, camicia nera trionferà. Se non trionfa sarà un macello
col manganello e le bombe a man!". Il braccio destro teso. "Duce! Duce! Duce!". Urlato tre volte, senza remore, senza che nessuno in quella carrozza del metro avesse nulla da ridire. Il repertorio passa poi a un "Faccetta nera" appena abobzzato e ad altri cori contro l'interista Mario Balotelli. Perché, per loro, non può esistere un "negro italiano".
Nemmeno io, a dire il vero, ho provato a dire qualcosa a questi ragazzi. Paura? Si, perché se a vent'anni non sai fare niente di meglio che cantare queste schifezze in metropolitana (in mezzo alla gente che torna a casa dal lavoro) o sei un idiota che non sa che in Italia esiste una legge che punisce l'apologia di fascimo. Oppure sei veramente convinto di quello che dici. E questo, mi fa molta paura.
Una scena cui, sinceramente, non credevo di dover mai assistere. Almeno, non all'interno di un momento di banale quotidianità come può essere un viaggio in metropolitana. Sarà un caso, ma ho appena finito di leggere "Bande nere" di Paolo Berizzi.
"Me ne frego è il nostro motto, me ne frego di morire, me ne frego di Togliatti e del sol dell'avvenire". La prima strofa non mi colpisce particolarmente, fanno così tanto baccano che l'unico pensiero è "speriamo che scendano presto!" Solo che quel "me ne frego" mi fa venire in mente qualcosa che non riesco a mettere a fuoco.
"Ce ne freghiamo della galera, camicia nera trionferà. Se non trionfa sarà un macello
col manganello e le bombe a man!". Il braccio destro teso. "Duce! Duce! Duce!". Urlato tre volte, senza remore, senza che nessuno in quella carrozza del metro avesse nulla da ridire. Il repertorio passa poi a un "Faccetta nera" appena abobzzato e ad altri cori contro l'interista Mario Balotelli. Perché, per loro, non può esistere un "negro italiano".
Nemmeno io, a dire il vero, ho provato a dire qualcosa a questi ragazzi. Paura? Si, perché se a vent'anni non sai fare niente di meglio che cantare queste schifezze in metropolitana (in mezzo alla gente che torna a casa dal lavoro) o sei un idiota che non sa che in Italia esiste una legge che punisce l'apologia di fascimo. Oppure sei veramente convinto di quello che dici. E questo, mi fa molta paura.
Una scena cui, sinceramente, non credevo di dover mai assistere. Almeno, non all'interno di un momento di banale quotidianità come può essere un viaggio in metropolitana. Sarà un caso, ma ho appena finito di leggere "Bande nere" di Paolo Berizzi.
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giovedì 10 settembre 2009
Lettere da Berlino
Una città che cambia così velocemente da far prendere un "buco" alla mia Lonely Planet edizion 2009. Cercavo un baretto dove mangiare un kebab e invece ho trovato un locale che serviva mozzarella in insalata e un impasto strano spacciato per pizza.
Di ritorno dalla porta di Brandeburgo, direzione Alexanderplatz. Percorrendo l'ultimo tratto “sotto i tigli” il naso all'insù incrocia una targ. “Bebelplatz”, il nome di una piazza. Anonima, come tante altre, ben curata, non c'è che dire. Ma niente di spettacolare, e si tira dritto. Ma c'è qualcosa che non mi torna. Il nome mi suona familiare.Torno indietro e mi fermo a osservare la piazza. Un gruppetto di persone fissa qualcosa a terra. Non parlo e non leggo il tedesco, ma l'intuito è sufficiente. “Chi brucia i libri, presto o tardi arriverà a bruciare esseri umani". (H. Heine). Dieci Maggio 1933, il primo rogo ufficiale dei nazisti, che diedero in pasto alle fiamme volumi di Mann, Brecht e Marx.
È questa una delle prime cose che mi ha colpito di Berlino: anche se la città è stata praticamente rasa al suolo. Anche se pochissimo di quello che fu è rimasto intatto non puoi fare a meno di sentire la storia che ti scorre sotto i piedi. È una storia fatta di mancanze. Di luoghi e di edifici che non ci sono più. Si viene a Berlino per vedere un muro che non c'è. In poche, pochissime altre città ti viene l'istinto di chiederti: "Ma qui, in questa via, che cosa è successo?".
Parisier Platz. Un gioiellino... tutta tirata a lustro con le panchine, le aiuole ben curate, la porta di Brandeburgo sullo sfondo. Hotel di lusso e banche che si affacciano sulla piazza.
Capita anche che arrivino tre ragazzi e mettano musica a palla. Che inizino a ballare, saltare e fare evoluzioni mentre la gente batte le mani per dare loro il tempo. Fine dello show, il terzetto passa con i cappelli in mano per riscuotere. Forse sono studenti, oppure giovani giramondo che (per non gravare interamente sul portafogli di papà) raccolgono qualche spicciolo.
“Quando lo fate il prossimo show? Siete qui tutti i giorni?”.
“No, ogni tanto.... dipende”.
“Sei uno studente?”
“No, lavoro in ambasciata. Della Repubblica Dominicana”.
Est o ovest? Questo è il dilemma. Una cartina, che tra le mille linee di questa città ha anche trovato spazio per un tratteggio che ripercorre l'antico tracciato del muro, non aiuta a risolvere il dilemma. Si va a indizi allora. Se all'improvviso sei circondato da imponenti casermoni squadrati è probabile che tu sia all'Est. Se invece quelle che ti circondano sono costruzioni in stile liberty, forse sei a Ovest. Attenzione poi alle nuove architetture: (quasi) tutto ciò che è ardito, estremo, scintillante ferrocemento è stato costruito a Est.
Ultimo indizio: tenere d'occhio i semafori. Se dalla luce rossa vi occhieggia un simpatico ampelmann, l'omino con il cappello, allora probabilmente siete ad Est. Ma nemmeno questa regola è infallibile: pare che l'omino piaccia talmente tanto che, lentamente, lo stiano esportando anche all'Ovest.
Per il momento si è guadagnato una sua linea di abbigliamento (magliette e canottiere), borse, tazze, ombrelli, quaderni e così via. È il nuovo marchio di fabbrica della città. Un po' come quelle atroci magliette londinesi... “Mind the gap”
Di ritorno dalla porta di Brandeburgo, direzione Alexanderplatz. Percorrendo l'ultimo tratto “sotto i tigli” il naso all'insù incrocia una targ. “Bebelplatz”, il nome di una piazza. Anonima, come tante altre, ben curata, non c'è che dire. Ma niente di spettacolare, e si tira dritto. Ma c'è qualcosa che non mi torna. Il nome mi suona familiare.Torno indietro e mi fermo a osservare la piazza. Un gruppetto di persone fissa qualcosa a terra. Non parlo e non leggo il tedesco, ma l'intuito è sufficiente. “Chi brucia i libri, presto o tardi arriverà a bruciare esseri umani". (H. Heine). Dieci Maggio 1933, il primo rogo ufficiale dei nazisti, che diedero in pasto alle fiamme volumi di Mann, Brecht e Marx.
È questa una delle prime cose che mi ha colpito di Berlino: anche se la città è stata praticamente rasa al suolo. Anche se pochissimo di quello che fu è rimasto intatto non puoi fare a meno di sentire la storia che ti scorre sotto i piedi. È una storia fatta di mancanze. Di luoghi e di edifici che non ci sono più. Si viene a Berlino per vedere un muro che non c'è. In poche, pochissime altre città ti viene l'istinto di chiederti: "Ma qui, in questa via, che cosa è successo?".
Parisier Platz. Un gioiellino... tutta tirata a lustro con le panchine, le aiuole ben curate, la porta di Brandeburgo sullo sfondo. Hotel di lusso e banche che si affacciano sulla piazza.
Capita anche che arrivino tre ragazzi e mettano musica a palla. Che inizino a ballare, saltare e fare evoluzioni mentre la gente batte le mani per dare loro il tempo. Fine dello show, il terzetto passa con i cappelli in mano per riscuotere. Forse sono studenti, oppure giovani giramondo che (per non gravare interamente sul portafogli di papà) raccolgono qualche spicciolo.
“Quando lo fate il prossimo show? Siete qui tutti i giorni?”.
“No, ogni tanto.... dipende”.
“Sei uno studente?”
“No, lavoro in ambasciata. Della Repubblica Dominicana”.
Est o ovest? Questo è il dilemma. Una cartina, che tra le mille linee di questa città ha anche trovato spazio per un tratteggio che ripercorre l'antico tracciato del muro, non aiuta a risolvere il dilemma. Si va a indizi allora. Se all'improvviso sei circondato da imponenti casermoni squadrati è probabile che tu sia all'Est. Se invece quelle che ti circondano sono costruzioni in stile liberty, forse sei a Ovest. Attenzione poi alle nuove architetture: (quasi) tutto ciò che è ardito, estremo, scintillante ferrocemento è stato costruito a Est.
Ultimo indizio: tenere d'occhio i semafori. Se dalla luce rossa vi occhieggia un simpatico ampelmann, l'omino con il cappello, allora probabilmente siete ad Est. Ma nemmeno questa regola è infallibile: pare che l'omino piaccia talmente tanto che, lentamente, lo stiano esportando anche all'Ovest.
Per il momento si è guadagnato una sua linea di abbigliamento (magliette e canottiere), borse, tazze, ombrelli, quaderni e così via. È il nuovo marchio di fabbrica della città. Un po' come quelle atroci magliette londinesi... “Mind the gap”
martedì 28 luglio 2009
Sovraffollamento, undici regioni fuorilegge
«Siamo seduti su una bomba a orologeria. Le carceri sono colme all’inverosimile: ci sono solo posti in piedi». Celle di re metri per tre in cui vivono, branda su branda, fino a 12 persone, costrette a trascorrere nove-dieci ore al giorno in quello spazio. «La tensione cresce, è inevitabile. E su chi va a scaricarsi?», chiede in maniera retorica Donato Capece, segretario generale del Sappe, uno dei sindacati della polizia penitenziaria.
Una situazione che definire allarmante è quasi riduttivo. Sono 11 infatti le regioni italiane “fuori legge”per sovraffollamento: il numero di persone detenute è superiore al limite del tollerabile. In Emilia Romagna, ad esempio, si è raggiunto il 202% della capienza regolamentare (con 4.679 detenuti e 2.308 posti disponibili), la Lombardia accoglie 8.638 detenuti a fronte di una capienza regolamentare di 5.506 posti (che diventano 8.518 posti “tollerabili”).Fuori legge anche Campania,Puglia, Sicilia, Toscana, Friuli, Marche, Trentino, Valle d’Aosta, Veneto. Nelle carceri italiane vivono 63.661detenuti (dati aggiornati al 20 luglio, ndr), a fronte di una capienza regolamentare di 43.327 posti e di una “tollerabile” di 64.111. Soglia che verrà raggiunta a breve a fronte a un tasso di crescita della popolazione detenuta che aumenta di 800-1.000 unità al mese. Una situazione che anche una circolare del Dipartimento per l’amministrazione penitenziaria(Dap) definisce «irreversibile». E che rischia di far implodere il sistema da un giorno all’altro. Sovraffollamento uguale riduzione degli spazi «aumento delle difficoltà legate ai colloqui e alle telefonate – spiega il provveditore regionale alle carceri lombarde, Luigi Pagano –. E il caldo peggiora la situazione. Purtroppo ci siamo abituati e, già da alcuni anni abbiamo introdotto qualche accorgimento per rendere più tollerabile questa situazione».
E anche la crisi economica va ad aggravare le condizioni di vita di tanti reclusi. «Non pochi detenuti mancano di beni di prima necessità, come spazzolino e dentifricio», denuncia Giorgio Bertazzini, garante dei detenuti della Provincia di Milano. Le famiglie non riescono più a mandare i pacchi di alimenti ai loro congiunti o faticano a versare i soldi sul “conto corrente” che i detenuti possono usare per acquistare beni extra al sopravitto. Persino carta igienica e sapone sono diventati, per molti, beni di lusso.
Un certo allarme si avverte anche leggendo una circolare del Dap del 6 luglio scorso, indirizzata ai provveditori regionali che ha per oggetto la «tutela della salute e della vita delle persone detenute» in cui si raccomanda di offrire ai detenuti più colloqui e maggiori occasioni di intrattenimento. Ma anche di aumentare le ore d’aria, tenere aperte le porte delle celle e non far mancare l’acqua. E come se non bastasse, da circa un anno i detenuti sono praticamente privi di assistenza psicologica, denuncia Paola Giannelli, segretario della Società italiana psicologia penitenziaria: «Siamo in tutto 384 persone e lavoriamo su tutte le 205 carcere italiane. Il che vuol dire offrire tre ore di trattamento all’anno per detenuto: compreso il tempo per la lettura dei fascicoli e le riunioni».
Ma come risolvere il sovraffollamento? Chi lavora accanto ai detenuti preme per un maggiore accesso alle forme di pena alternative per il ricorso alla custodia cautelare in carcere. Una richiesta che viene dal presidente dell’Unione delle camere penali, dall’Associazione nazionale dei dirigenti dell’amministrazione penitenziaria, dal Sappe e dall’associazione Antigone che mercoledì prossimo, a Roma, scenderanno in piazza.
(Pubblicato su "Avvenire" del 26 luglio 2009)
Una situazione che definire allarmante è quasi riduttivo. Sono 11 infatti le regioni italiane “fuori legge”per sovraffollamento: il numero di persone detenute è superiore al limite del tollerabile. In Emilia Romagna, ad esempio, si è raggiunto il 202% della capienza regolamentare (con 4.679 detenuti e 2.308 posti disponibili), la Lombardia accoglie 8.638 detenuti a fronte di una capienza regolamentare di 5.506 posti (che diventano 8.518 posti “tollerabili”).Fuori legge anche Campania,Puglia, Sicilia, Toscana, Friuli, Marche, Trentino, Valle d’Aosta, Veneto. Nelle carceri italiane vivono 63.661detenuti (dati aggiornati al 20 luglio, ndr), a fronte di una capienza regolamentare di 43.327 posti e di una “tollerabile” di 64.111. Soglia che verrà raggiunta a breve a fronte a un tasso di crescita della popolazione detenuta che aumenta di 800-1.000 unità al mese. Una situazione che anche una circolare del Dipartimento per l’amministrazione penitenziaria(Dap) definisce «irreversibile». E che rischia di far implodere il sistema da un giorno all’altro. Sovraffollamento uguale riduzione degli spazi «aumento delle difficoltà legate ai colloqui e alle telefonate – spiega il provveditore regionale alle carceri lombarde, Luigi Pagano –. E il caldo peggiora la situazione. Purtroppo ci siamo abituati e, già da alcuni anni abbiamo introdotto qualche accorgimento per rendere più tollerabile questa situazione».
E anche la crisi economica va ad aggravare le condizioni di vita di tanti reclusi. «Non pochi detenuti mancano di beni di prima necessità, come spazzolino e dentifricio», denuncia Giorgio Bertazzini, garante dei detenuti della Provincia di Milano. Le famiglie non riescono più a mandare i pacchi di alimenti ai loro congiunti o faticano a versare i soldi sul “conto corrente” che i detenuti possono usare per acquistare beni extra al sopravitto. Persino carta igienica e sapone sono diventati, per molti, beni di lusso.
Un certo allarme si avverte anche leggendo una circolare del Dap del 6 luglio scorso, indirizzata ai provveditori regionali che ha per oggetto la «tutela della salute e della vita delle persone detenute» in cui si raccomanda di offrire ai detenuti più colloqui e maggiori occasioni di intrattenimento. Ma anche di aumentare le ore d’aria, tenere aperte le porte delle celle e non far mancare l’acqua. E come se non bastasse, da circa un anno i detenuti sono praticamente privi di assistenza psicologica, denuncia Paola Giannelli, segretario della Società italiana psicologia penitenziaria: «Siamo in tutto 384 persone e lavoriamo su tutte le 205 carcere italiane. Il che vuol dire offrire tre ore di trattamento all’anno per detenuto: compreso il tempo per la lettura dei fascicoli e le riunioni».
Ma come risolvere il sovraffollamento? Chi lavora accanto ai detenuti preme per un maggiore accesso alle forme di pena alternative per il ricorso alla custodia cautelare in carcere. Una richiesta che viene dal presidente dell’Unione delle camere penali, dall’Associazione nazionale dei dirigenti dell’amministrazione penitenziaria, dal Sappe e dall’associazione Antigone che mercoledì prossimo, a Roma, scenderanno in piazza.
(Pubblicato su "Avvenire" del 26 luglio 2009)
Carceri allo stremo, è allarme suicidi
Aziz, 34enne marocchino, è stato il primo: si è tolto la vita impiccandosi nella sua cella del carcere di Spoleto sabato 3 gennaio 2009. Poi è stata la volta di un 37enne croato nel carcere di Poggioreale e, pochi giorni dopo, è stato un sessantenne italiano a togliersi la vita nel carcere di Sollicciano, in provincia di Firenze. M.B. era dietro le sbarre da undici anni e si è ucciso impiccandosi, mentre si trovava all’interno del centro clinico del carcere per problemi di ordine psichico.
E ancora Mohamed, Jed, Marcello, Francesco. Un elenco lungo 38 nomi. Tante sonole persone che, nei primi sette mesi del 2009, si sono tolte la vita all’interno delle carceri italiane. E siamo già pericolosamente vicini ai numeri registrati durante l’arco dell’interno 2008. «Lo scorso anno abbiamo registrato 42 suicidi e, complessivamente, 121 decessi dietro le sbarre», spiega Francesco Morelli, curatore del dossier “Morire di carcere” realizzato dal Centro documentazione del carcere Due Palazzi di Padova. Un documento che, a partire dal 2000, registra puntualmente i numeri e le storie di quanti muoiono dietro le sbarre raccogliendole dalla stampa locale o attraverso le testimonianze degli operatori che lavorano in carcere. Dati non ufficiali ma che, a fine anno, coincidono quasi perfettamente con quelli pubblicati dal Dipartimento per l’amministrazione penitenziaria (Dap). Ma il timore è che le condizioni di detenzione, il caldo, il sovraffollamento possano portare a un’impennata degli atti auto-lesionistici. E che il drammatico picco di 69 suicidi registrato nel 2001 possa essere superato entro la fine di dicembre. Una situazione allarmante, che si spiega solo in parte con l’aumento del numero di detenuti (al 20 luglio è stata superata quota 63mila presenze in carcere, 20mila in più rispetto alla capienza regolamentare, ndr). «A confronto allo scorso anno la popolazione carceraria è aumentata di 10mila unità – spiega Morelli – di conseguenza avrebbe dovuto esserci un aumento del 20% circa dei suicidi. Invece l’incremento è quasi del 50% a causa del progressivo deterioramento delle condizioni di detenzione».
Queste drammatiche vicende infatti si inseriscono in un quadro di generalizzata sofferenza del sistema penitenziario italiano. Un mondo in cui il 52,2% dei detenuti si trova dietro le sbarre in custodia cautelare e, tra i condannati, circa 9mila persone devono scontare pene inferiori a un anno. Un sistema nel quale, denunciano gli autori del rapporto «metà dei carcerati è affetto da epatite, il 30% è tossicodipendente, il 10% malato di mente e il 5% ha l’Hiv».
Malati mentali, tossicodipendenti, cittadini extracomunitari, persone provenienti dall’area del disagio sociale: negli istituti di pena c’è un’alta concentrazione di gruppi vulnerabili al rischio suicidario. «Si tratta di persone che, anche quando si trovano all’esterno, sono a rischio emarginazione – spiega la psicologa Laura Baccaro –. In carcere faticano ancora più degli altri a sopportare la condizione di detenuti ». Per usare un termine tecnico, si tratta di persone che hanno meno “fattori di resilienza”: ovvero capacità e risorse personali che permettono di sopravvivere anche in condizioni molto difficili. «Si tratta di fattori legati alla cultura personale – spiega ancora Baccaro – ma anche l’ironia, in queste situazioni può aiutare. Un grande ausilio potrebbe venire dalla famiglia che, però, è assente o lontana».
Numeri che si inseriscono in un contesto allarmante: dal 1980 al 2007 infatti sono stati 1.364 i detenuti che si sono tolti la vita in carcere. Dietro le sbarre, ogni anno, si registra un suicidio ogni 924 detenuti (uno ogni 283 in regime di 41 bis), con una frequenza 21 volte superiore rispetto al resto della società. Dati ufficiali, forniti dal Dap, ed elaborati nel libro “In carcere: del suicidio e di altre fughe” del centrostudi “Ristretti orizzonti di Padova.
E ancora Mohamed, Jed, Marcello, Francesco. Un elenco lungo 38 nomi. Tante sonole persone che, nei primi sette mesi del 2009, si sono tolte la vita all’interno delle carceri italiane. E siamo già pericolosamente vicini ai numeri registrati durante l’arco dell’interno 2008. «Lo scorso anno abbiamo registrato 42 suicidi e, complessivamente, 121 decessi dietro le sbarre», spiega Francesco Morelli, curatore del dossier “Morire di carcere” realizzato dal Centro documentazione del carcere Due Palazzi di Padova. Un documento che, a partire dal 2000, registra puntualmente i numeri e le storie di quanti muoiono dietro le sbarre raccogliendole dalla stampa locale o attraverso le testimonianze degli operatori che lavorano in carcere. Dati non ufficiali ma che, a fine anno, coincidono quasi perfettamente con quelli pubblicati dal Dipartimento per l’amministrazione penitenziaria (Dap). Ma il timore è che le condizioni di detenzione, il caldo, il sovraffollamento possano portare a un’impennata degli atti auto-lesionistici. E che il drammatico picco di 69 suicidi registrato nel 2001 possa essere superato entro la fine di dicembre. Una situazione allarmante, che si spiega solo in parte con l’aumento del numero di detenuti (al 20 luglio è stata superata quota 63mila presenze in carcere, 20mila in più rispetto alla capienza regolamentare, ndr). «A confronto allo scorso anno la popolazione carceraria è aumentata di 10mila unità – spiega Morelli – di conseguenza avrebbe dovuto esserci un aumento del 20% circa dei suicidi. Invece l’incremento è quasi del 50% a causa del progressivo deterioramento delle condizioni di detenzione».
Queste drammatiche vicende infatti si inseriscono in un quadro di generalizzata sofferenza del sistema penitenziario italiano. Un mondo in cui il 52,2% dei detenuti si trova dietro le sbarre in custodia cautelare e, tra i condannati, circa 9mila persone devono scontare pene inferiori a un anno. Un sistema nel quale, denunciano gli autori del rapporto «metà dei carcerati è affetto da epatite, il 30% è tossicodipendente, il 10% malato di mente e il 5% ha l’Hiv».
Malati mentali, tossicodipendenti, cittadini extracomunitari, persone provenienti dall’area del disagio sociale: negli istituti di pena c’è un’alta concentrazione di gruppi vulnerabili al rischio suicidario. «Si tratta di persone che, anche quando si trovano all’esterno, sono a rischio emarginazione – spiega la psicologa Laura Baccaro –. In carcere faticano ancora più degli altri a sopportare la condizione di detenuti ». Per usare un termine tecnico, si tratta di persone che hanno meno “fattori di resilienza”: ovvero capacità e risorse personali che permettono di sopravvivere anche in condizioni molto difficili. «Si tratta di fattori legati alla cultura personale – spiega ancora Baccaro – ma anche l’ironia, in queste situazioni può aiutare. Un grande ausilio potrebbe venire dalla famiglia che, però, è assente o lontana».
Numeri che si inseriscono in un contesto allarmante: dal 1980 al 2007 infatti sono stati 1.364 i detenuti che si sono tolti la vita in carcere. Dietro le sbarre, ogni anno, si registra un suicidio ogni 924 detenuti (uno ogni 283 in regime di 41 bis), con una frequenza 21 volte superiore rispetto al resto della società. Dati ufficiali, forniti dal Dap, ed elaborati nel libro “In carcere: del suicidio e di altre fughe” del centrostudi “Ristretti orizzonti di Padova.
(Pubblicato su "Avvenire" del 26 luglio 2009)
giovedì 18 giugno 2009
Grandi pulizie
Piazza Oberdan, la più pulita di Milano. Il mezzo Amsa era passato una prima volta alle nove di sera poi, dopo aver svegliato chi di dovere, una seconda poco dopo la mezzanotte. Nella notte tra mercoledì 17 e giovedì 18 giugno, malgrado le polemiche di Bondi e De Corato, gli ormai “storici” rifugiati eritrei di piazza Oberdan si preparano a trascorrere l’ennesima nottata sotto le stelle. Mudir mi accoglie con un sorriso più radioso del solito: mostra con orgoglio quattro cuscini bianchi di un divano smesso con appiccicato sopra un foglio. “Amsa”. Non se ne vogliono andare e per sottolineare l’intento hanno appeso uno striscione: “Casa = diritti e dignità”.
Non sarà una notte tranquilla: poco dopo le 11.30 arriva la polizia. I funzionari chiedono i documenti e invitano tutti ad andarsene. Bisogna pulire la piazza e bisogna far passare i mezzi Amsa. La notizia però viene smentita poco dopo da un responsabile della stessa agenzia di nettezza urbana: “Noi la piazza l’abbiamo pulita alle nove, come tutte le sere”. Alla tensione subentra l’imbarazzo, poi partono le telefonate. Viene svegliato chi di dovere e nel giro di qualche minuto arriva l’ordine al funzionario Amsa: pulire di nuovo la piazza. A tre ore di distanza dall’ultimo intervento, obbligando il funzionario e quattro operatori a qualche ora di straordinario non preventivato.
Chiusa la parentesi “igienica” riparte il controllo dei documenti. Che prende quasi un’ora di tempo. Nel frattempo a nessuno è permesso mettersi a dormire, nemmeno a chi deve andare a lavorare il giorno dopo. Al termine dei controlli, gli agenti restituiscono carte d’identità e permessi di soggiorno, ma a una condizione: non restare a dormire sulla piazza, ma trasferirsi sul pezzetto di prato che separa la strada dal binario del tram in via Vittorio Veneto. Qualcuno accetta, perché non capisce o perché stanco, quattrodici invece si oppongono. “Non voglio dormire nel prato – dice uno dei ragazzi – non sono un animale”. A nulla valgono le parole del funzionario che cerca di essere accomodante e la tensione sale di nuovo. Qualcuno scatta una foto con il cellulare e viene ripreso.
I quattordici, ha fatto sapere ieri il vice sindaco di Milano Riccardo De Corato “sono stati denunciati penalmente per non aver rispettato un ordina impartito dall’autorità pubblica (art. 650) per ragioni di sicurezza e igiene e per invasione di aree pubbliche ai fini abitativi o altro uso (art. 633)”.
Erano stanchi ieri sera. Malgrado il trambusto, Paulus crolla e si addormenta sui cartoni. Si sveglia di botto solo quando i toni si alzano troppo. Un ragazzo, di cui non ricordo il nome, sta per mettersi a piangere. E intanto De Corato ringrazia il Prefetto: “per la determinazione con cui viene finalmente affrontata la vicenda, il cui carattere strumentale è ormai manifesto”. Come a dire: vediamo per quanto tempo faranno ancora i duri. La tattica è chiara: rendergli la vita impossibile e prenderli per sfinimento.
Non sarà una notte tranquilla: poco dopo le 11.30 arriva la polizia. I funzionari chiedono i documenti e invitano tutti ad andarsene. Bisogna pulire la piazza e bisogna far passare i mezzi Amsa. La notizia però viene smentita poco dopo da un responsabile della stessa agenzia di nettezza urbana: “Noi la piazza l’abbiamo pulita alle nove, come tutte le sere”. Alla tensione subentra l’imbarazzo, poi partono le telefonate. Viene svegliato chi di dovere e nel giro di qualche minuto arriva l’ordine al funzionario Amsa: pulire di nuovo la piazza. A tre ore di distanza dall’ultimo intervento, obbligando il funzionario e quattro operatori a qualche ora di straordinario non preventivato.
Chiusa la parentesi “igienica” riparte il controllo dei documenti. Che prende quasi un’ora di tempo. Nel frattempo a nessuno è permesso mettersi a dormire, nemmeno a chi deve andare a lavorare il giorno dopo. Al termine dei controlli, gli agenti restituiscono carte d’identità e permessi di soggiorno, ma a una condizione: non restare a dormire sulla piazza, ma trasferirsi sul pezzetto di prato che separa la strada dal binario del tram in via Vittorio Veneto. Qualcuno accetta, perché non capisce o perché stanco, quattrodici invece si oppongono. “Non voglio dormire nel prato – dice uno dei ragazzi – non sono un animale”. A nulla valgono le parole del funzionario che cerca di essere accomodante e la tensione sale di nuovo. Qualcuno scatta una foto con il cellulare e viene ripreso.
I quattordici, ha fatto sapere ieri il vice sindaco di Milano Riccardo De Corato “sono stati denunciati penalmente per non aver rispettato un ordina impartito dall’autorità pubblica (art. 650) per ragioni di sicurezza e igiene e per invasione di aree pubbliche ai fini abitativi o altro uso (art. 633)”.
Erano stanchi ieri sera. Malgrado il trambusto, Paulus crolla e si addormenta sui cartoni. Si sveglia di botto solo quando i toni si alzano troppo. Un ragazzo, di cui non ricordo il nome, sta per mettersi a piangere. E intanto De Corato ringrazia il Prefetto: “per la determinazione con cui viene finalmente affrontata la vicenda, il cui carattere strumentale è ormai manifesto”. Come a dire: vediamo per quanto tempo faranno ancora i duri. La tattica è chiara: rendergli la vita impossibile e prenderli per sfinimento.
venerdì 22 maggio 2009
E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo come lacrime nella pioggia
Venerdì 22 maggio 2009. Sono andata per il mio giornale a fare un giro in piazza Oberdan. Volevo raccontare la notte dei rifugiati politici che da un mese "tengono sotto scacco" (come si è sentito dire da più parti) la città di Milano. Sono quelli che circa un mese fa occuparono un residence abbandonato a Bruzzano, periferia nord della città. Erano in trecento e vennero allontantati con la forza.
I led lampeggianti della farmacia non mentono: sedici gradi e si sentono tutti malgrado il calendario ricordi che siamo ormai a metà maggio. Ha smesso di piovere da poche ore, ll'aria umida e fredda che si attacca alla pelle di chi indossa solo una maglietta e una felpa di cotone. A mezzanotte due ragazzi iniziano a spazzare le foglie e le cicche di sigaretta da un angolo di piazza Oberdan con un pezzo di cartone, stendono materassini e coperte, fogli di giornale. Alla spicciolata, anche altri ragazzi iniziano a imitarli. Una trentina in tutto, dei trecento manifestanti originari, si preparavano così a trscorrere la loro decima notte all'aperto.
Ora che di notti ne sono passate quasi venti, malgrado i disagi e lo sferragliare costante dei tram, continuano a ripetere che il letto d'asfalto della piazza è molto meglio dei dormitori. Per questo hanno sempre detto di no alle proposte avanzate dal Comune. "I dormitori sono come una prigione -ribadisce Abrham, 22enne eritreo-. Non puoi lasciare i vestiti sul letto e uscire a fumare una sigaretta che ti rubano tutto".Chiedono una casa, una stanza dove poter vivere con ritmi più umani e iniziare a costruirsi una vita propria. Un sogno che a Milano, e non solo, condividono con altre centinaia di persone.
Aldo (alias Said) ha la mente altrove: a Palermo. "Un anno fa ho portato in questura il permesso di soggiorno per il rinnovo e non è ancora pronto -spiega-. Sono saldatore e ho trovato tante proposte di lavoro a Monza, a Saronno. Ma se non ho i documenti non posso fare nulla". Saranno pronti, forse tra un mese. Nel frattempo Aldo dorme in strada, come gli altri. Lui che è scappato dal Kordofan (una regione del Sudan, ndr) dopo essersi fatto qualche mese di prigione come oppositore. Dopo la fuga e dopo aver vissuto cinque anni in Libia dove ha assistito alle retate della polizia, quelle terribili del 2000. "Ho visto, con questi miei occhi, due libici prendere un nero, cospargelo di benzina e accendere una scintilla". In città, per strada, davanti a tutti.
"No signorina, non posso dimenticare". Ma allo stesso tempo Aldo vuole andare avanti, mettesi a lavorare, trovare una casa e poi .... Parla un buon italiano, semplice ed efficace. Racconta che a Palermo, dove ha vissuto per qualche tempo, ha fatto un corso di italiano e che legge i giornali italiani. Soprattutto la Gazzetta dello sport. E qui arriva la sorpresa: scoprire che questo sudanese di 35 anni è capace di discutere con te per un'ora del calcio italiano degli ultimi vent'anni. Che per lui il miglior calciatore italiano in assoluto è Franco Baresi, seguito da Roberto Baggio e Beppe Signori. Si parla dell'Italia di Bearzot, del mondiale di Spagna e del Milan di Sacchi (quello di Gullit, Van Basten e Rijkaard) : "Mai vista squadra giocare così!".
Unico difetto: Aldo è interista. Si fregava le mani, quel venerdì sera, in attesa della partita che si sarebbe giocata la sera dopo: "Se il Milan perde vado in piazza Duomo a festeggiare", rideva.
Inutile ricordare che Aldo ha festeggiato. E di questo sono contenta.
Dopo quella sera, ci sono tornata diverse volte. Il numero di persone che dormono in piazza Oberdan si aggira, solitamente, intorno alla cinquantina. Sono ragazzi e ragazze giovani. Aldo e Paulus, con i loro 35 e 39 anni rispettivamente, sono delle eccezioni. Sono quelli dei barconi, quelli che assaltano Lampedusa e oggi dormono sotto le finestre di casa nostra.
I led lampeggianti della farmacia non mentono: sedici gradi e si sentono tutti malgrado il calendario ricordi che siamo ormai a metà maggio. Ha smesso di piovere da poche ore, ll'aria umida e fredda che si attacca alla pelle di chi indossa solo una maglietta e una felpa di cotone. A mezzanotte due ragazzi iniziano a spazzare le foglie e le cicche di sigaretta da un angolo di piazza Oberdan con un pezzo di cartone, stendono materassini e coperte, fogli di giornale. Alla spicciolata, anche altri ragazzi iniziano a imitarli. Una trentina in tutto, dei trecento manifestanti originari, si preparavano così a trscorrere la loro decima notte all'aperto.
Ora che di notti ne sono passate quasi venti, malgrado i disagi e lo sferragliare costante dei tram, continuano a ripetere che il letto d'asfalto della piazza è molto meglio dei dormitori. Per questo hanno sempre detto di no alle proposte avanzate dal Comune. "I dormitori sono come una prigione -ribadisce Abrham, 22enne eritreo-. Non puoi lasciare i vestiti sul letto e uscire a fumare una sigaretta che ti rubano tutto".Chiedono una casa, una stanza dove poter vivere con ritmi più umani e iniziare a costruirsi una vita propria. Un sogno che a Milano, e non solo, condividono con altre centinaia di persone.
Aldo (alias Said) ha la mente altrove: a Palermo. "Un anno fa ho portato in questura il permesso di soggiorno per il rinnovo e non è ancora pronto -spiega-. Sono saldatore e ho trovato tante proposte di lavoro a Monza, a Saronno. Ma se non ho i documenti non posso fare nulla". Saranno pronti, forse tra un mese. Nel frattempo Aldo dorme in strada, come gli altri. Lui che è scappato dal Kordofan (una regione del Sudan, ndr) dopo essersi fatto qualche mese di prigione come oppositore. Dopo la fuga e dopo aver vissuto cinque anni in Libia dove ha assistito alle retate della polizia, quelle terribili del 2000. "Ho visto, con questi miei occhi, due libici prendere un nero, cospargelo di benzina e accendere una scintilla". In città, per strada, davanti a tutti.
"No signorina, non posso dimenticare". Ma allo stesso tempo Aldo vuole andare avanti, mettesi a lavorare, trovare una casa e poi .... Parla un buon italiano, semplice ed efficace. Racconta che a Palermo, dove ha vissuto per qualche tempo, ha fatto un corso di italiano e che legge i giornali italiani. Soprattutto la Gazzetta dello sport. E qui arriva la sorpresa: scoprire che questo sudanese di 35 anni è capace di discutere con te per un'ora del calcio italiano degli ultimi vent'anni. Che per lui il miglior calciatore italiano in assoluto è Franco Baresi, seguito da Roberto Baggio e Beppe Signori. Si parla dell'Italia di Bearzot, del mondiale di Spagna e del Milan di Sacchi (quello di Gullit, Van Basten e Rijkaard) : "Mai vista squadra giocare così!".
Unico difetto: Aldo è interista. Si fregava le mani, quel venerdì sera, in attesa della partita che si sarebbe giocata la sera dopo: "Se il Milan perde vado in piazza Duomo a festeggiare", rideva.
Inutile ricordare che Aldo ha festeggiato. E di questo sono contenta.
Dopo quella sera, ci sono tornata diverse volte. Il numero di persone che dormono in piazza Oberdan si aggira, solitamente, intorno alla cinquantina. Sono ragazzi e ragazze giovani. Aldo e Paulus, con i loro 35 e 39 anni rispettivamente, sono delle eccezioni. Sono quelli dei barconi, quelli che assaltano Lampedusa e oggi dormono sotto le finestre di casa nostra.
martedì 19 maggio 2009
mercoledì 29 aprile 2009
A febbraio sono stata a Patrasso, uno dei principali porti commerciali della Grecia. Da lì, ogni giorno, salpano i traghetti diretti in Italia. Trasporatano turisti, furgoncini, container, bisarche e ...immigrati. Tanti li chiamano "clandestini", in realtà sono richiedenti asilo: ragazzi, in molti casi poco più che bambini, in fuga dall'Afghanistan in guerra. Viaggiano nascosti nei container o imgragati sotto i tir in condizioni spaventose a rischio della vita. Alcuni raccontano di averci provato tre, quattro, cinque volte. Ma spesso, molto spesso, vengono scoperti alla frontiera italiana e rimandati indietro.
Patrasso, il campo
Gli scheletri di due palazzi ancora in costruzione segnano il confine meridionale del campo di Patrasso. “Ci vivono quelli che hanno perso la baracca dopo l'incendio di gennaio”, racconta Javat, circa 500 persone. La striscia di terreno tra gli edifici e la strada è un cumulo di rifiuti. La puzza, acida, assale mentre ci si avvicina e porta, istintivamente, a coprirsi il viso. Scavalchiamo le pozzanghere e, appena entrati nel campo, quell’odore scompare.
Non c’è acqua corrente: una tubatura della rete idrica è stata sabotata per ottenere rudimentali fontanelle. Manca l’elettricità: un complesso allacciamento abusivo porta la luce in alcune baracche. Si dorme in fragili casette costruite con cartoni e teli di plastica fissati su intelaiature di legno e si prega in una moschea realizzata allo stesso modo. Fatta eccezione per i volontari di Medici senza frontiere, non ci sono altre associazioni umanitarie nel campo.
La musica, a tutto volume, riempie l’aria. Un ragazzo tiene sulle ginocchia una scatola di cartone da cui sfila forme di pane che fumano nell'aria fredda del mattino. Khodada, 25 anni, estrae dal marsupio il "foglio di via" rilasciato dalle autorità elleniche: “Ero arrivato a Venezia e per sette mesi ho abitato lì, poi sono stato rimandato indietro -spiega-. Mi avevano detto che dovevo chiedere asilo in Grecia”. Una prassi prevista dal regolamento europeo Dublino II (2003): il rifugiato deve chiedere protezione nel primo Paese dell'Unione in cui mette piede. Ma le possibilità che la domanda di Khodada sia accolta sono pressoché nulle: Atene infatti concede protezione a meno del 2 per cento dei richiedenti (fonte, Alto comissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati).
Un paese insicuro
"Questi ragazzi hanno tanti problemi e tanti pensieri. Come una bomba nel cervello -dice Haji- Hanno camminato per tremila chilometri, pensano di essere quasi arrivato e invece...". Lo psicologo di Msf, definisce con precisione medica questa sofferenza: "Ansia, depressione, disturbi del sonno -elenca-. Hanno fatto un lungo viaggio, lasciandosi tutto alle spalle. Sognano di andare in Europa per trovare un lavoro e aiutare le loro famiglie. Ma sono bloccati qui e si sentono in colpa".
Accanto alla sofferenza psichica, poi, ci sono casi di scabbia, infezioni respiratorie e altre patologie legate alle cattive condizioni igieniche. Senza contare le ossa rotte, i lividi, le falangi delle dita amputate a manganellate dalla polizia. Basta uscire dal campo e tornare verso il porto per vedere i “commando” (così li chiamano gli afghani) in azione. Decine di agenti camminano con fare minaccioso lungo il perimetro del porto di Patrasso disperdendo, con uno scatto di corsa improvviso chi si avvicina troppo alla cancellata. Visto da fuori assomiglia a un gioco, una partita a guardie e ladri che gli afghani sembrano vincere: né la vigilanza, né la cancellata alta più di tre metri, né i rotoli di filo spinato riescono a impedire loro di intrufolarsi sulla banchina per nascondersi sotto i tir o all’interno dei telonati diretti in Italia. Spesso all’insaputa degli autisti. Altri invece fanno la posta ai veicoli fermi ai semafori: “Vado con i miei amici, proviamo ad aprire il camion: loro salgono e io chiudo. Poi ne trovo altri che fanno lo stesso per me”, racconta Heidar, poco più di vent'anni e i primi capelli bianchi in testa.
Davanti a uno dei cancelli d’ingresso del porto si è radunato un nutrito gruppo di somali, eritrei e sudanesi del Darfur. Per tutti, a Patrasso, sono i “somali”, un centinaio di persone, di età compresa fra 15 e i 35 anni, che vivono in un'area abbandonata a sud del porto.
Il dito di Hasan, 18 anni e cappello di lana grigio calato sugli occhi, descrive un semi-cerchio nell'aria e racconta il suo viaggio: da Mogadiscio a Bossaso, il passaggio in Yemen, il volo aereo fino in Siria e poi a piedi verso la Turchia. Qualche giorno a Smirne e infine il viaggio in nave fino all'isola di Mitilene. Costo del viaggio: 3mila euro. Ma la meta finale è ancora lontana: Inghilterra, Irlanda, Francia o Germania. "Ci hanno detto che in Europa ci sono i diritti. Ma la Grecia non è Europa. La Grecia è Africa!". Tutti ridono alla battuta di Ysusuf e si avviano verso quella che chiamano casa: sacchetti, coperte arrotolate e scatoloni ammucchiati contro il tronco di un albero.
Patrasso, il campo
Gli scheletri di due palazzi ancora in costruzione segnano il confine meridionale del campo di Patrasso. “Ci vivono quelli che hanno perso la baracca dopo l'incendio di gennaio”, racconta Javat, circa 500 persone. La striscia di terreno tra gli edifici e la strada è un cumulo di rifiuti. La puzza, acida, assale mentre ci si avvicina e porta, istintivamente, a coprirsi il viso. Scavalchiamo le pozzanghere e, appena entrati nel campo, quell’odore scompare.
Non c’è acqua corrente: una tubatura della rete idrica è stata sabotata per ottenere rudimentali fontanelle. Manca l’elettricità: un complesso allacciamento abusivo porta la luce in alcune baracche. Si dorme in fragili casette costruite con cartoni e teli di plastica fissati su intelaiature di legno e si prega in una moschea realizzata allo stesso modo. Fatta eccezione per i volontari di Medici senza frontiere, non ci sono altre associazioni umanitarie nel campo.
La musica, a tutto volume, riempie l’aria. Un ragazzo tiene sulle ginocchia una scatola di cartone da cui sfila forme di pane che fumano nell'aria fredda del mattino. Khodada, 25 anni, estrae dal marsupio il "foglio di via" rilasciato dalle autorità elleniche: “Ero arrivato a Venezia e per sette mesi ho abitato lì, poi sono stato rimandato indietro -spiega-. Mi avevano detto che dovevo chiedere asilo in Grecia”. Una prassi prevista dal regolamento europeo Dublino II (2003): il rifugiato deve chiedere protezione nel primo Paese dell'Unione in cui mette piede. Ma le possibilità che la domanda di Khodada sia accolta sono pressoché nulle: Atene infatti concede protezione a meno del 2 per cento dei richiedenti (fonte, Alto comissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati).
Un paese insicuro
"Questi ragazzi hanno tanti problemi e tanti pensieri. Come una bomba nel cervello -dice Haji- Hanno camminato per tremila chilometri, pensano di essere quasi arrivato e invece...". Lo psicologo di Msf, definisce con precisione medica questa sofferenza: "Ansia, depressione, disturbi del sonno -elenca-. Hanno fatto un lungo viaggio, lasciandosi tutto alle spalle. Sognano di andare in Europa per trovare un lavoro e aiutare le loro famiglie. Ma sono bloccati qui e si sentono in colpa".
Accanto alla sofferenza psichica, poi, ci sono casi di scabbia, infezioni respiratorie e altre patologie legate alle cattive condizioni igieniche. Senza contare le ossa rotte, i lividi, le falangi delle dita amputate a manganellate dalla polizia. Basta uscire dal campo e tornare verso il porto per vedere i “commando” (così li chiamano gli afghani) in azione. Decine di agenti camminano con fare minaccioso lungo il perimetro del porto di Patrasso disperdendo, con uno scatto di corsa improvviso chi si avvicina troppo alla cancellata. Visto da fuori assomiglia a un gioco, una partita a guardie e ladri che gli afghani sembrano vincere: né la vigilanza, né la cancellata alta più di tre metri, né i rotoli di filo spinato riescono a impedire loro di intrufolarsi sulla banchina per nascondersi sotto i tir o all’interno dei telonati diretti in Italia. Spesso all’insaputa degli autisti. Altri invece fanno la posta ai veicoli fermi ai semafori: “Vado con i miei amici, proviamo ad aprire il camion: loro salgono e io chiudo. Poi ne trovo altri che fanno lo stesso per me”, racconta Heidar, poco più di vent'anni e i primi capelli bianchi in testa.
Davanti a uno dei cancelli d’ingresso del porto si è radunato un nutrito gruppo di somali, eritrei e sudanesi del Darfur. Per tutti, a Patrasso, sono i “somali”, un centinaio di persone, di età compresa fra 15 e i 35 anni, che vivono in un'area abbandonata a sud del porto.
Il dito di Hasan, 18 anni e cappello di lana grigio calato sugli occhi, descrive un semi-cerchio nell'aria e racconta il suo viaggio: da Mogadiscio a Bossaso, il passaggio in Yemen, il volo aereo fino in Siria e poi a piedi verso la Turchia. Qualche giorno a Smirne e infine il viaggio in nave fino all'isola di Mitilene. Costo del viaggio: 3mila euro. Ma la meta finale è ancora lontana: Inghilterra, Irlanda, Francia o Germania. "Ci hanno detto che in Europa ci sono i diritti. Ma la Grecia non è Europa. La Grecia è Africa!". Tutti ridono alla battuta di Ysusuf e si avviano verso quella che chiamano casa: sacchetti, coperte arrotolate e scatoloni ammucchiati contro il tronco di un albero.
lunedì 27 aprile 2009
Appunti sparsi
Un titolo rubato. Preso in prestito, forse. Ma mi piaceva molto e non riesco a pensare a nulla di più sintetico di quelle tre parole per esprimere quello che vorrei raccontare qui. Mi piaceva molto perché la canzone cui l'ho rubato (sorry.. preso in prestito) è una delle mie preferite. Una di quelle che potrei ascoltare per ore, senza stancarmi.
Strada facendo, ho incontrato persone, fatti, volti che non si possono dimenticare. Ho ascoltato parole che ti possono cambiare la vita (o per lo meno capaci di raddrizzare una giornata partita col piede sbagliato). E col mestiere che faccio, ho la fortuna di incontrarne tante di queste persone, di sentirne tante di queste parole. Ecco, loro sono il fuoco.
Volti che vorrei tenere sempre con me. Ricordi che non vorrei mai perdere. Uno, il primo che mi viene alla mente: gli occhi, stupiti, di un bimbo sudanese di pochi mesi. Eravamo in un corteo, pochi giorni fa, con poliziotti e carabinieri in assetto antisommossa. Qui a Milano. Impossibili da dimenticare.
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